Alla fermata del pullman, manie dolci adorabili manie Venerdì, Ott 26 2007
Riflessioni 12:30 am
Eccomi appena giunta alla fermata del pullman, stanca dopo la corsa fatta, anche se so benissimo che tarderà, ma io devo arrivare almeno dieci minuti prima. Come sempre, come da cinque o sei anni ormai, sempre in anticipo, mai in ritardo. Una delle mie piccole manie, o forse, un pregio per alcuni, dipende dai punti di vista. Dipende da te stessa come ti rapporti di fronte alle piccole fissazioni di tutti i giorni.
E a seguire, gli stessi meccanismi: controllare di avere l’abbonamento, o i biglietti necessari: urbani, suburbani uno dietro all’altro, come i pullman da prendere, come le varie cose che devi fare durante il giorno, dividere, programmare, classificare. Aprire la borsa e controllare un sacco di volte i cellulari (già, come una top manager!), il portafoglio, l’agenda ed il suo contenuto di foglietti preziosi, tanti, pieni di parole, per nulla indispensabili, ma necessari solo per te, come un morbido cuscino su cui poggiare i miei occhi mentre li rileggo.
Dopo dieci minuti il pullman non arriva, allora ritorno ad aprire la mia borsa di Mary Poppins: l’Ipod c’è? C’è, come sempre c’è, Giulia, ma devi controllare lo stesso! La penna? E quando mai dimentico la penna? Io??? Io che scrivo anche sui foglietti che ti danno davanti all’università, potrei mai dimenticare la penna? No, infatti, è ben protetta nella tasca esterna. Via così, per ogni oggetto, per ogni idea fissa che puntualmente ritorna, mentre sono seduta “tranquilla” alla fermata del pullman.
Aspettare ancora ed intravedere la linea blu famigliare del Gtt, darsi un’ultima occhiata allo specchietto (trucco? Ok!) non perché sono narcisista, ma solo per rendermi conto se veramente quella “pazza” che ha le smanie di controllare ogni due minuti il contenuto della sua borsa sia proprio io o se si tratti, invece, della mia personalità che, pressante, vuole sempre ritagliarsi un posticino nella mia giornata.
Eppure non potrei farne a meno di quella Me che controlla ogni cosa, che vuole ripetere ogni giorno lo stesso rituale, forse perché è dolce l’abitudine ed è amaro il cambiamento o semplicemente perché senza quelle leggere, adorabili manie non sarei io, non sarei più la Giulia compulsiva ed ossessiva di tutti i giorni. Mi amo così, perché cambiare?! Eheh!
Giulia Gino
Pubblicato su Le pagine della nostra vita http://www.lepaginedellanostravita.it/giornalino/pagina7.html
Un giovane angelo Martedì, Ott 23 2007
Racconto 11:56 pm
- Un giovane angelo -
Alla fermata del pullman, lui è diverso dai ragazzi che sono lì attorno e che si scambiano battute irriverenti sulle proprie ragazze. Lui è silenzioso. Mi scruta e passeggia su e giù per la pedana. Non può sentire le parole dei suoi coetanei, perché i suoi capelli biondi nascondono le cuffie di un IPod bianco. La musica che esce è ritmata e trasmette una vivace intensità. I suoi occhi azzurri cielo sono belli e tersi, senza nuvole. I pantaloni sono a vita bassa, troppo, ma per uno strano caso del destino, gli calzano meglio rispetto agli stracci che pendono dal gruppo che lo affianca e che sbraita smodato. Loro sono con giubbotti neri ed identici. Lui è con un giubbotto bianco con le ali.
Non so il suo nome, ma conosco la sua età sedici anni, massimo diciassette a dicembre. È più maturo. Il viso ha una leggera peluria molto decisa e pungente, nonostante sia bionda e fresca. Le sue mani sono grandi e con un gesto affascinante prende il cellulare dalla tasca dei jeans e lo appoggia sul mento per aprirne lo sportellino. Controlla l’ora. Si rivolge a me e mi chiede l’orario del pullman. Gli rispondo leggermente imbarazzata, conscia di quella macchia rossa sulle guance che sta prendendo il posto del pallore leggero del mio viso. Non capisco il perché di questo mio atteggiamento. Ho ventiquattro anni, ma è come se fossi tornata ragazzina e mi fossi presa una cotta per un mio amico. Gli rispondo che non dovrebbe tardare ad arrivare e lui ritorna con le cuffie nelle orecchie, inseguendo chissà quale traccia della vita. Mi muovo pure io, per ingannare l’attesa di un mezzo di trasporto che si fa attendere da troppo tempo. Guardo qualche volta il cellulare, rispondo ad un messaggio. Mi trovo dietro il suo corpo, quasi accanto al mio e la musica mi prende. Un’insana voglia di seguire il ritmo della mia testa mi invade. Prima batto appena appena il piede, poi più velocemente. È la volta delle dita che ballano per me, si esprimono per me.
Arriva il pullman e saliamo. I biglietti si mettono via e si ricerca un posto lasciato vuoto per miracolo. Questo pomeriggio c’è troppa gente. Faccio spostare una signora con una borsa, un po’ me ne vergogno, ma il tragitto è lungo e voglio sedermi. Mi intimidisco e quando prendo posto, lui torna vicino a me e mi sorride. Un sorriso aperto, sincero, allegro. Basta poco per conoscere una persona, basta un attimo certe volte. Questa volta è bastato un sorriso.
Suono per prenotare la fermata. Non mi volto verso di lui. Non voglio regalarmi un suo ultimo sorriso, sapendo di non incontrarlo più. Mi basta il ricordo di quel momento angelico. Scendo, facendomi largo tra gli stessi ragazzi così diversi da lui. Le porte del pullman si chiudono ed anche i miei pensieri si arrestano. Vedo il mio ragazzo che mi viene incontro, con il suo bagaglio di certezze, di esperienze. È forte della sua età matura.
Lascio per un attimo che la mia mente voli indietro verso quel folle ragazzino che con le sue labbra sorridenti ha regalato al mio cuore un battito nuovo.
Giulia Gino
Voglio Amore Mercoledì, Ott 17 2007
Poetry 6:20 pm
Voglio amore
Voglio poter scrivere d’amore e
Poter provare amore.
Voglio che i miei occhi vedano la vita
Nelle sue mille sfaccettature del viola e del rosa.
Voglio che la mia mano si posi su un morbido
Petalo di rosa rossa.
Voglio che il mio corpo si adagi
Su un’alcova bianca.
Voglio che il mio profilo sia il riflesso
Di un quadro di un pittore maldestro
Dove sono io
L’originale
Perfetto.
Voglio questo e
Altro.
Lo voglio adesso.
Voglio amore.
Giulia Gino
The pirate Sabato, Ott 13 2007
Racconto 10:42 am
“The Pirate”
Lei era legata, imprigionata al grande albero maestro del veliero che velocemente fendeva con la sua prua la distesa marina sotto di loro. Non poteva liberarsi sciogliendo le corde che le ferivano i polsi. Ci provava da qualche ora, mentre l’avevano come dimenticata lì, su quel ponte arroventato dal sole dei Caraibi, ma l’unica sensazione che sentiva era quella del sangue vivo che le scendeva dai tagli sulle mani. La salsedine le stava seccando le labbra e il vestito di bella stoffa francese si stava impregnando di sudore salmastro. Pensava di cedere, di lasciarsi morire su quel ponte, cadere nel limbo di quel pomeriggio troppo caldo per sopravvivere in una situazione così disperata. La sua mente vagava incostante su pensieri di salvezza fin troppo presto scartati, sulle possibili mosse diplomatiche che avrebbe potuto utilizzare per ottenere la libertà. Ma il triste stridere dei gabbiani le ricordava che non sarebbe uscita viva da quella nave, forse addirittura sarebbe stata gettata per sempre nel blu scuro dell’oceano, come rifugio estremo di una colonia di anemoni marini. Tale prospettiva la inquietava: aveva vent’anni, si sarebbe dovuta sposare con un giovane ufficiale della marina francese. Egli si era insediato nei territori del Sud dell’America, in un paese vicino a quella distesa d’acqua che lei avrebbe dovuto attraversare per raggiungerlo. Invece, la sorte malvagia aveva meditato altri progetti per lei. L’aveva fatta rapire dai pirati. La nave di suo padre, il Colonnello Des Bois, con tutti gli uomini al suo interno era stata fatta colare a picco da quella ciurma urlante di brutti energumeni che si erano scagliati sull’imbarcazione battente bandiera francese, con delle corde e armati fino ai denti. L’avevano presa di peso e dopo averla legata saldamente a quel maledetto albero maestro, l’avevano lasciata così per ore, interminabili momenti di cui lei, ormai in delirio dalla mancanza di acqua dolce da bere, non riusciva più a conoscere la durata. I suoi rapitori si erano dedicati alla spartizione del bottino trafugato ed in seguito erano tornati ai loro compiti abituali.
Ad un certo punto la porta della cabina principale, quella del loro capo secondo lei, si spalanca. Esce un giovane uomo con un abito nero, gli stivaloni alti fino al ginocchio, un grosso cappello che gli copre a metà il volto, ma che lascia liberi dei capelli lunghi neri al vento. Un brillare di occhi verdi svegli ed accattivanti le colpiscono il cuore ormai stanco di vivere. Balza nel petto veloce: da quel personaggio sarebbe dipeso il suo avvenire. La vita o la morte. La spada che porta al fianco incute timore: a giudicare dall’elsa finemente decorata, deve valere parecchie ghinee, certamente un dono non regalato spontaneamente da qualche proprietario spagnolo. Le si avvicina svelto, la guarda con fare sornione ed ogni muscolo del suo corpo guizza di feroce attività guerriera. Si fa porgere da un suo sgherro una ciotola con dell’acqua e, tanto vicino al suo corpo così atrocemente legato, le fa scorrere nella bocca desiderosa quel liquido dissetante. Le scosta i capelli dal viso, le sorride e… scoppia a ridere.
“Stop! Annabella devi smettere di sognare, quando stai girando questa scena! Tutte le volte non sai quando devi attaccare le tue battute!”.
Il regista del film non ne poteva più: quella ragazza aveva un carattere non adatto al cinema. Lei viveva, non interpretava la parte come la maggior parte delle attrici. Ma almeno il risultato nella pellicola era davvero realistico.
La ragazza si fa liberare dalle corde, si avvicina al suo partner cinematografico e rispondendo a quel sorriso complice di prima, pensa che anche se lei non è realmente una damigella in difficoltà, il suo sogno di recitare e di vivere ogni storia come se fosse vera, è una visione condivisa anche da un temibile pirata assoldato dalla regina inglese. E questo le basta.
The end.
Giulia Gino
Il cammino di una ruga Martedì, Ott 9 2007
Poetry 4:27 pm
Il cammino di una ruga
Il cammino di una ruga
Su di un viso inasprito dal tempo
Percorre sentieri di ricordi
E di attimi persi nel passato
Il cammino di una ruga
Segue solitudini proprie
Flessuosi pensieri nel tempo.
Il cammino di una ruga
non si arresta mai
continua il suo lento
ed immutabile percorso fino
a quando la spiaggia morbida
depositerà la sabbia
sul cuore della ruga
e così il suo viaggio
avrà un termine.
Giulia Gino
E riscoprire che forse tanto male non è Domenica, Ott 7 2007
Poetry 2:43 am
E riscoprire che forse tanto male non è
Passeggiare mano nella mano con te
Ritornare a sognare le pagine di un diario
Rileggere fogli ingialliti dal tempo
Rivedere la luna più grande nella sera
Lasciarsi andare sulle immagini di un film
Ripetere parole nuove
Assaporare i piatti dolci del tuo cuore
Tutti verbi all’infinito
Tutti verbi che diventano facile preda dei miei pensieri
Solo un verbo mi resiste
Arduo e difficile è
Pronunciarlo.
Brucia, scalpita e insiste
Sussurrarlo solo è possibile…
Amare te.
Quanto è difficile amare, quanto è difficile capire. Quanto amore e quanto odio si possono trovare in chi ama veramente. Aveva ragione Catullo: “Odio e amo. Come sia non so dire.“. Tante domande, troppe che invadono cervello e cuore, ma una risposta una sola che devi scoprire.
Julia Babi Sognatrice.
Laura la Fenice Giovedì, Ott 4 2007
Romanzo 11:56 am
“…Il mio animo sta cambiando colore. Prima era rosso sangue, ora è anemico.
È come se dopo quella sfuriata, alimentata da un rancore profondo, sia scoccata la scintilla per ribellarmi alla pazzia di aver amato Francesco. L’ho considerato a tal punto un dio, che mi sono dimenticata di me stessa. Semplicemente, un giorno ho scordato nell’armadio la mia personalità, come si fa con un vestito o una sciarpa vecchia, e sono uscita nuda. È stato lui a rivestirmi dei suoi desideri, delle sue decisioni. Mi ha fatto scomparire per mesi, esistevo solo in virtù della sua presenza. Non ero niente senza Francesco.
Timidamente si sta affacciando la Vera Laura. La Fenice. Da cenere che ero, sto prendendo la forma del leggendario uccello. Mi sto alimentando del fuoco iroso che mi sta bruciando. Le mie ali stanno sviluppando penne che mi porteranno lontano dai suoi ricordi, lontano dal suo viso e dai suoi occhi glaciali. I miei artigli lo hanno dilaniato stasera, come un’aquila con la preda. Lui li ha usati contro di me ed io glieli ho scagliati contro.
Sono libera, da quella che ero. Sono libera di essere realmente me stessa. Adesso. Sono Laura per Laura. La metamorfosi che ho dovuto subire, come il Gregor Samsa descritto da Kafka, è stata dolorosa, ma ne è valsa la pena. Mi ha liberato dalle stupide pelli di cui mi ero rivestita. Posso librarmi in aria e gridare il mio urlo di vittoria su Francesco, che è un puntino minuscolo nella notte. In questo momento mi manca lui, Nicola. La sua fronte aperta e amichevole. Le sue mani sollecite nel donarmi le coccole. Le buffe espressioni che mi rubano un sorriso, per due, tre, innumerevoli volte…”.
Giulia Gino
Ira Mercoledì, Ott 3 2007
Romanzo 1:01 am
“…Ghiaccio.
Neve che bolle.
Acqua che si frantuma.
Metallo che si liquefa.
Acido che corrode.
Le mie parole gli sono state iniettate dentro con
la forza della disperazione, della sofferenza e
dell’amore tradito.
Dell’innocenza macchiata e dell’incapacità di
sopravvivere…”.
(A Laura…, la mia “persona”)
Lui è la chiave per l’illogicità Martedì, Ott 2 2007
Romanzo 10:46 pm
Un pezzo di quello che la protagonista del mio romanzo pensa… è una Julia Babi come me…
“Capisco che è lui la chiave per l’illogicità. Allora, mentre sto sprofondando sempre più giù, cerco un appiglio. Sento una voce che mi dice “Aggrappati. Aggrappati” ma non la ascolto. Continuo a cadere, a cadere, a cadere. Non muovo più le mani, le braccia, non faccio tentativi di alcun tipo. Semplicemente affondo giù, sempre più giù. Sento qualcosa che mi afferra. Mi trattiene a sé. Mi riporta in superficie, dove io torno a respirare più intensamente. Sempre più forte. Ossigeno etere, sostanza pericolosa per una come me che sta sprofondando da una vita nel buio di se stessa. Una luce più chiara, delle mani su di me, delle spalle forti che mi sorreggono. Cerco di aggrapparmi più tenacemente. Tento in ogni modo di non farmi staccare da quella base così protettiva. Affondo le unghie nella carne, nella sua carne, sento che la pelle si sta lacerando, ma non importa continuo. Lui non sente dolore. Se è venuto per salvarmi sa che solo un contatto così può riportarmi in vita. Alla vita vera, quella che tutti prima poi riesco a percorrere. I nostri due corpi lottano insieme. Vincono insieme. Raggiungono un’isola sicura, un porto che li aspetta per ancorarsi, per gettare un appiglio a tutto quello che li circonda, per dimostrare che ci sono, vivono e sono insieme. Insieme.”
La finestra sul mare Lunedì, Ott 1 2007
Racconto 11:49 pm
Una ragazza è alla finestra, si sporge per guardare qualcosa al di là del muro. Non conosce la strada, né quello che si nasconde al suo sguardo. Vorrebbe tentare di scavalcare quei pochi metri che la separano da quel mondo, ma il coraggio manca, le gambe si fanno cedevoli, le labbra tremano. Tutto in lei è mancanza di coraggio. Mancanza di voglia di libertà, mancanza di vita.
E poi, improvvisa, la luce del tramonto le ferisce gli occhi. Non sente dolore, ma il caldo di un nuovo abbraccio, la carezza fino ad ora sconosciuta che gioca con il suo profilo. Un dito che si muove lento sulle sue labbra, ne delinea il rosso contorno per poi perdersi in un delicato arabesco di piacere.
Due braccia cingono il suo corpo, un brivido scorre lentamente ed i cuori battono un ritmo nuovo. Li possono sentire pum pum pum. Regolari, ma a tratti danno segnali chiari: si capiscono, si sono trovati, si appartengono da sempre. Da ancora prima che quel tramonto li legasse.
Adesso lei sa che la libertà che stava cercando era solo il coraggio di unire quattro mani e vederci dentro lo specchio del sole che si getta nel mare.
Una ragazza è alla finestra, si sporge per guardare qualcosa al di là del muro. Non conosce la strada, né quello che si nasconde al suo sguardo. Vorrebbe tentare di scavalcare quei pochi metri che la separano da quel mondo, ma il coraggio manca, le gambe si fanno cedevoli, le labbra tremano. Tutto in lei è mancanza di coraggio. Mancanza di voglia di libertà, mancanza di vita.
E poi, improvvisa, la luce del tramonto le ferisce gli occhi. Non sente dolore, ma il caldo di un nuovo abbraccio, la carezza fino ad ora sconosciuta che gioca con il suo profilo. Un dito che si muove lento sulle sue labbra, ne delinea il rosso contorno per poi perdersi in un delicato arabesco di piacere.
Due braccia cingono il suo corpo, un brivido scorre lentamente ed i cuori battono un ritmo nuovo. Li possono sentire pum pum pum. Regolari, ma a tratti danno segnali chiari: si capiscono, si sono trovati, si appartengono da sempre. Da ancora prima che quel tramonto li legasse.
Adesso lei sa che la libertà che stava cercando era solo il coraggio di unire quattro mani e vederci dentro lo specchio del sole che si getta nel mare.