- Un giovane angelo -

Alla fermata del pullman, lui è diverso dai ragazzi che sono lì attorno e che si scambiano battute irriverenti sulle proprie ragazze. Lui è silenzioso. Mi scruta e passeggia su e giù per la pedana. Non può sentire le parole dei suoi coetanei, perché i suoi capelli biondi nascondono le cuffie di un IPod bianco. La musica che esce è ritmata e trasmette una vivace intensità. I suoi occhi azzurri cielo sono belli e tersi, senza nuvole. I pantaloni sono a vita bassa, troppo, ma per uno strano caso del destino, gli calzano meglio rispetto agli stracci che pendono dal gruppo che lo affianca e che sbraita smodato. Loro sono con giubbotti neri ed identici. Lui è con un giubbotto bianco con le ali.

Non so il suo nome, ma conosco la sua età sedici anni, massimo diciassette a dicembre. È più maturo. Il viso ha una leggera peluria molto decisa e pungente, nonostante sia bionda e fresca. Le sue mani sono grandi e con un gesto affascinante prende il cellulare dalla tasca dei jeans e lo appoggia sul mento per aprirne lo sportellino. Controlla l’ora. Si rivolge a me e mi chiede l’orario del pullman. Gli rispondo leggermente imbarazzata, conscia di quella macchia rossa sulle guance che sta prendendo il posto del pallore leggero del mio viso. Non capisco il perché di questo mio atteggiamento. Ho ventiquattro anni, ma è come se fossi tornata ragazzina e mi fossi presa una cotta per un mio amico. Gli rispondo che non dovrebbe tardare ad arrivare e lui ritorna con le cuffie nelle orecchie, inseguendo chissà quale traccia della vita. Mi muovo pure io, per ingannare l’attesa di un mezzo di trasporto che si fa attendere da troppo tempo. Guardo qualche volta il cellulare, rispondo ad un messaggio. Mi trovo dietro il suo corpo, quasi accanto al mio e la musica mi prende. Un’insana voglia di seguire il ritmo della mia testa mi invade. Prima batto appena appena il piede, poi più velocemente. È la volta delle dita che ballano per me, si esprimono per me.

Arriva il pullman e saliamo. I biglietti si mettono via e si ricerca un posto lasciato vuoto per miracolo. Questo pomeriggio c’è troppa gente. Faccio spostare una signora con una borsa, un po’ me ne vergogno, ma il tragitto è lungo e voglio sedermi. Mi intimidisco e quando prendo posto, lui torna vicino a me e mi sorride. Un sorriso aperto, sincero, allegro. Basta poco per conoscere una persona, basta un attimo certe volte. Questa volta è bastato un sorriso.

Suono per prenotare la fermata. Non mi volto verso di lui. Non voglio regalarmi un suo ultimo sorriso, sapendo di non incontrarlo più. Mi basta il ricordo di quel momento angelico. Scendo, facendomi largo tra gli stessi ragazzi così diversi da lui. Le porte del pullman si chiudono ed anche i miei pensieri si arrestano. Vedo il mio ragazzo che mi viene incontro, con il suo bagaglio di certezze, di esperienze. È forte della sua età matura.

Lascio per un attimo che la mia mente voli indietro verso quel folle ragazzino che con le sue labbra sorridenti ha regalato al mio cuore un battito nuovo.

Giulia Gino