Nonno Andrea 

Lo riconoscevi dal passo spedito, dal piede calzato da robusti scarponi da montagna, dall’incedere misurato della persona. I suoi vestiti avevano il profumo forte del tabacco per la pipa. Portava con sé, quali fedeli compagni di passeggiate, il suo ruvido bastone di quercia ed il cane da pastore, Soris. Nonostante la sua età, non aveva le gambe deboli né sbagliava mai un appoggio: saltava sulle rocce del torrente di acqua grigia con una sicurezza estrema.

Durante il giorno, percorreva i sentieri delle sue montagne, attraverso i boschi nei quali, da giovane,  durante la guerra, aveva rischiato la vita. Quelle montagne che di notte, sotto la neve che cadeva, aveva perlustrato in ogni loro singolo nascondiglio per cercare i nemici, coloro che avevano spento il sorriso dei suoi compagni. Aveva combattuto sì, decenni prima, aveva dato e ricevuto morte: sotto di lui, la neve si era macchiata di sangue. A volte aveva egoisticamente pensato che era una fortuna che non fosse stato il suo a scendere. Era giovane, impulsivo, la lotta per la sopravvivenza e per i monti lo aveva travolto. A distanza di molti decenni, sapeva di aver fatto la cosa giusta, perché combattere per la libertà e per la propria terra è sempre la cosa giusta. Come monito, per ricordare il sorriso che alternativamente si era acceso o spento nel viso dei suoi compagni, aveva chiamato quel piccolo batuffolo di pelo scuro che lo accompagnava nelle sue scarpinate, Soris.

Tuttavia, il rimorso per ciò che aveva fatto in guerra lo attanagliava continuamente, ma la pace interiore finalmente l’aveva trovata nelle algide stelle alpine che, abbarbicate sulle rocce aguzze di licheni, sfiorava con le mani grandi e callose. La intravvedeva nelle marmotte che rimanevano a osservarlo per un po’ mentre si avvicinava, per poi scappare nelle tane, sotto la terra, ma non erano spaventate. Forse, il loro, era un invito, come se l’avessero accettato e riconosciuto come amico. Nelle sue scalate solitarie, raggiungeva i picchi innevati, dove qualche nuvola intraprendente rimaneva impigliata.

Quel vecchio, dal viso abbronzato solcato da strette rughe chiare, dalla barba folta e straordinariamente ancora scura, dal sorriso spontaneo e dalla parlata popolare, era mio nonno, Nonno Andrea. Conservo ancora gelosamente in uno scrigno, una sua medaglia, arrugginita, di rame, tendente al verde ossidato. Non ha valore se non quello del suo ricordo, di coloro che lo hanno conosciuto. Su un’altura, vicino ad una piccola stella alpina è piantato il suo bastone, insensibile al freddo o alla pioggia, rimane lì, dritto menhir di chi fu. Ho anche una foto ingiallita, di lui, mentre scala una montagna, la memoria di chi lo ha conosciuto non sbaglia, era proprio un viaggiatore, uno che non si ferma mai, pungolato da un tarlo, dal rimpianto forse o semplicemente dal bisogno estremo di fare un passo dopo l’altro, di mettere il piede su un letto di foglie secche, sentirle scricchiolare sotto di esso, rendendosi conto che non c’è morte intorno, ma solo la natura che si trasforma, sazia ormai di sangue e vite sprecate.

Ovunque possa essere, in questo momento, percorrerà altri sentieri, dove il sole abbraccia l’arco montano ed un cane dal nome Soris, scodinzola felice accanto al proprio padrone. 

(NB: con questo racconto ho vinto il 4° PREMIO AL CONCORSO LETTERARIO MAGIA DELLA MONTAGNA: STORIA E STORIE DELLA VAL SANGONE 2009)