Baci sotto la pioggia Venerdì, Nov 9 2007 

Baci sotto la pioggia

Il sole si stava velando da piccole nuvole che diventavano sempre più scure. L’ultimo bagliore di luce li aveva trovati abbracciati davanti al bar dove si erano incontrati. La macchina lontana e la passeggiata più lunga del previsto.

Correvano nel grande parco in mezzo alla città, mentre gocce leggere scendevano per alleviare il caldo del pomeriggio estivo. Le mani strette insieme e cercavano l’uno di spingere l’altra più forte, sempre più forte, verso una meta riparata.

Adesso la pioggia veniva giù fitta. Ormai i loro vestiti erano tutti bagnati e anche se l’aria era quella estiva, dei brividi percorrevano i loro corpi. La canotta di lei era aderente al suo corpo, facendo risaltare le sue curve. Sulle braccia le gocce d’acqua scendevano come dolci ruscelli che la bocca di lui beveva avida. Sete di amare senza limiti, sete di stare vicini e di stringersi, di voglia di scaldarsi dalle gocce fredde posate sui loro volti sorridenti.

I capelli di lei bagnati che si arricciano, le mani di lui che si avvicinano e li scostano leggermente dagli occhi. Altri ricci che si impigliano nelle dita. Uno sguardo e nulla più. Accostano le loro labbra, si ascoltano i cuori battere forte e lentamente si baciano. Piano, dolcemente. Come se ogni loro bacio fosse il primo, come se ogni sensazione dovesse percorrerli, come dei piacevoli brividi di piacere. Un trasmettersi continuo di emozioni. Sempre nuove, sempre più appassionate.

Un sorriso sicuro quello di lui, leale e sincero. Lei diventa timida, lo osserva persa nei suoi occhi neri dove ogni cosa si riflette: il cielo scuro su di loro, le foglie ed i rami frondosi dell’albero, loro fortuito riparo dal temporale. La voce di lui che calda e appassionata le dice: “Ti amo, amore”. Il cuore di lei batte di più, le manca il respiro per la felicità.

Amare anche sotto la pioggia, quando il tempo è scuro, ma nei cuori splende il sole.

Giulia Gino

Un giovane angelo Martedì, Ott 23 2007 

- Un giovane angelo -

Alla fermata del pullman, lui è diverso dai ragazzi che sono lì attorno e che si scambiano battute irriverenti sulle proprie ragazze. Lui è silenzioso. Mi scruta e passeggia su e giù per la pedana. Non può sentire le parole dei suoi coetanei, perché i suoi capelli biondi nascondono le cuffie di un IPod bianco. La musica che esce è ritmata e trasmette una vivace intensità. I suoi occhi azzurri cielo sono belli e tersi, senza nuvole. I pantaloni sono a vita bassa, troppo, ma per uno strano caso del destino, gli calzano meglio rispetto agli stracci che pendono dal gruppo che lo affianca e che sbraita smodato. Loro sono con giubbotti neri ed identici. Lui è con un giubbotto bianco con le ali.

Non so il suo nome, ma conosco la sua età sedici anni, massimo diciassette a dicembre. È più maturo. Il viso ha una leggera peluria molto decisa e pungente, nonostante sia bionda e fresca. Le sue mani sono grandi e con un gesto affascinante prende il cellulare dalla tasca dei jeans e lo appoggia sul mento per aprirne lo sportellino. Controlla l’ora. Si rivolge a me e mi chiede l’orario del pullman. Gli rispondo leggermente imbarazzata, conscia di quella macchia rossa sulle guance che sta prendendo il posto del pallore leggero del mio viso. Non capisco il perché di questo mio atteggiamento. Ho ventiquattro anni, ma è come se fossi tornata ragazzina e mi fossi presa una cotta per un mio amico. Gli rispondo che non dovrebbe tardare ad arrivare e lui ritorna con le cuffie nelle orecchie, inseguendo chissà quale traccia della vita. Mi muovo pure io, per ingannare l’attesa di un mezzo di trasporto che si fa attendere da troppo tempo. Guardo qualche volta il cellulare, rispondo ad un messaggio. Mi trovo dietro il suo corpo, quasi accanto al mio e la musica mi prende. Un’insana voglia di seguire il ritmo della mia testa mi invade. Prima batto appena appena il piede, poi più velocemente. È la volta delle dita che ballano per me, si esprimono per me.

Arriva il pullman e saliamo. I biglietti si mettono via e si ricerca un posto lasciato vuoto per miracolo. Questo pomeriggio c’è troppa gente. Faccio spostare una signora con una borsa, un po’ me ne vergogno, ma il tragitto è lungo e voglio sedermi. Mi intimidisco e quando prendo posto, lui torna vicino a me e mi sorride. Un sorriso aperto, sincero, allegro. Basta poco per conoscere una persona, basta un attimo certe volte. Questa volta è bastato un sorriso.

Suono per prenotare la fermata. Non mi volto verso di lui. Non voglio regalarmi un suo ultimo sorriso, sapendo di non incontrarlo più. Mi basta il ricordo di quel momento angelico. Scendo, facendomi largo tra gli stessi ragazzi così diversi da lui. Le porte del pullman si chiudono ed anche i miei pensieri si arrestano. Vedo il mio ragazzo che mi viene incontro, con il suo bagaglio di certezze, di esperienze. È forte della sua età matura.

Lascio per un attimo che la mia mente voli indietro verso quel folle ragazzino che con le sue labbra sorridenti ha regalato al mio cuore un battito nuovo.

Giulia Gino

The pirate Sabato, Ott 13 2007 

“The Pirate”

Lei era legata, imprigionata al grande albero maestro del veliero che velocemente fendeva con la sua prua la distesa marina sotto di loro. Non poteva liberarsi sciogliendo le corde che le ferivano i polsi. Ci provava da qualche ora, mentre l’avevano come dimenticata lì, su quel ponte arroventato dal sole dei Caraibi, ma l’unica sensazione che sentiva era quella del sangue vivo che le scendeva dai tagli sulle mani. La salsedine le stava seccando le labbra e il vestito di bella stoffa francese si stava impregnando di sudore salmastro. Pensava di cedere, di lasciarsi morire su quel ponte, cadere nel limbo di quel pomeriggio troppo caldo per sopravvivere in una situazione così disperata. La sua mente vagava incostante su pensieri di salvezza fin troppo presto scartati, sulle possibili mosse diplomatiche che avrebbe potuto utilizzare per ottenere la libertà. Ma il triste stridere dei gabbiani le ricordava che non sarebbe uscita viva da quella nave, forse addirittura sarebbe stata gettata per sempre nel blu scuro dell’oceano, come rifugio estremo di una colonia di anemoni marini. Tale prospettiva la inquietava: aveva vent’anni, si sarebbe dovuta sposare con un giovane ufficiale della marina francese. Egli si era insediato nei territori del Sud dell’America, in un paese vicino a quella distesa d’acqua che lei avrebbe dovuto attraversare per raggiungerlo. Invece, la sorte malvagia aveva meditato altri progetti per lei. L’aveva fatta rapire dai pirati. La nave di suo padre, il Colonnello Des Bois, con tutti gli uomini al suo interno era stata fatta colare a picco da quella ciurma urlante di brutti energumeni che si erano scagliati sull’imbarcazione battente bandiera francese, con delle corde e armati fino ai denti. L’avevano presa di peso e dopo averla legata saldamente a quel maledetto albero maestro, l’avevano lasciata così per ore, interminabili momenti di cui lei, ormai in delirio dalla mancanza di acqua dolce da bere, non riusciva più a conoscere la durata. I suoi rapitori si erano dedicati alla spartizione del bottino trafugato ed in seguito erano tornati ai loro compiti abituali.

Ad un certo punto la porta della cabina principale, quella del loro capo secondo lei, si spalanca. Esce un giovane uomo con un abito nero, gli stivaloni alti fino al ginocchio, un grosso cappello che gli copre a metà il volto, ma che lascia liberi dei capelli lunghi neri al vento. Un brillare di occhi verdi svegli ed accattivanti le colpiscono il cuore ormai stanco di vivere. Balza nel petto veloce: da quel personaggio sarebbe dipeso il suo avvenire. La vita o la morte. La spada che porta al fianco incute timore: a giudicare dall’elsa finemente decorata, deve valere parecchie ghinee, certamente un dono non regalato spontaneamente da qualche proprietario spagnolo. Le si avvicina svelto, la guarda con fare sornione ed ogni muscolo del suo corpo guizza di feroce attività guerriera. Si fa porgere da un suo sgherro una ciotola con dell’acqua e, tanto vicino al suo corpo così atrocemente legato, le fa scorrere nella bocca desiderosa quel liquido dissetante. Le scosta i capelli dal viso, le sorride e… scoppia a ridere.

“Stop! Annabella devi smettere di sognare, quando stai girando questa scena! Tutte le volte non sai quando devi attaccare le tue battute!”.

Il regista del film non ne poteva più: quella ragazza aveva un carattere non adatto al cinema. Lei viveva, non interpretava la parte come la maggior parte delle attrici. Ma almeno il risultato nella pellicola era davvero realistico.

La ragazza si fa liberare dalle corde, si avvicina al suo partner cinematografico e rispondendo a quel sorriso complice di prima, pensa che anche se lei non è realmente una damigella in difficoltà, il suo sogno di recitare e di vivere ogni storia come se fosse vera, è una visione condivisa anche da un temibile pirata assoldato dalla regina inglese. E questo le basta.

The end.

 Giulia Gino

La finestra sul mare Lunedì, Ott 1 2007 

Una ragazza è alla finestra, si sporge per guardare qualcosa al di là del muro. Non conosce la strada, né quello che si nasconde al suo sguardo. Vorrebbe tentare di scavalcare quei pochi metri che la separano da quel mondo, ma il coraggio manca, le gambe si fanno cedevoli, le labbra tremano. Tutto in lei è mancanza di coraggio. Mancanza di voglia di libertà, mancanza di vita.

E poi, improvvisa, la luce del tramonto le ferisce gli occhi. Non sente dolore, ma il caldo di un nuovo abbraccio, la carezza fino ad ora sconosciuta che gioca con il suo profilo. Un dito che si muove lento sulle sue labbra, ne delinea il rosso contorno per poi perdersi in un delicato arabesco di piacere.

Due braccia cingono  il suo corpo, un brivido scorre lentamente ed i cuori battono un ritmo nuovo. Li possono sentire pum pum pum. Regolari, ma a tratti danno segnali chiari: si capiscono, si sono trovati, si appartengono da sempre. Da ancora prima che quel tramonto li legasse.

Adesso lei sa che la libertà che stava cercando era solo il coraggio di unire quattro mani  e vederci dentro lo specchio del sole che si getta nel mare.

Un amore così Sabato, Set 29 2007 

Una terrazza distesa sotto un manto di stelle. La valle ai nostri piedi che trema di luci elettriche. Un presepe moderno. Un castello alle nostre spalle.

I suoi occhi verdi si stanno avvicinando a me. Lentamente. Una sigaretta si sta spegnendo ai suoi piedi. La sua cenere rossa come i nostri cuori che pulsano insieme. Lentamente, lentamente si avvicina a me. Le mani si incontrano e si stringono. Forti ed innamorate.

Ci abbracciamo stretti l’uno nell’altra. Al contatto della fredda ringhiera. Ancora la valle ai nostri piedi. Quella musica soffusa fatta di macchine e di clacson, di vento e di persone, ci arriva fino a qui, in questo paradiso notturno. Sembra che tutte quelle luci si siano accese per noi, per rischiarare il nostro cuore dai dubbi, dalle paure. Per aiutarci ad amare, senza più inquietudini. Siamo liberi in questo posto solitario, ma allo stesso tempo vibrante di vita.

Non riusciamo a parlare, forse perché già i nostri sguardi dicono tutto e niente. Gli occhi si incontrano, giocano tra di loro. Un gioco di seduzione, di attrazione. Si rincorrono, scappano, si riprendono. Come i pensieri, come i battiti del cuore, più forti e più lenti. In quella folle corsa che solo l’amore ti porta a prendere parte. I vincitori – i soli vincitori – siamo noi. Io e lui. Io e te. Tu ed io. Un noi.

E poi il miracolo. Una nevicata di foglie gialle ci circonda, ci trattiene come in un incantesimo, da cui non si può scappare. Gli alberi piangono emozionati per il nostro amore. Le foglie danzano attorno a noi un valzer melodioso. Per noi che le guardiamo stupiti da quest’immagine che solo nei film si può vedere. Come solo nel mondo della fantasia può accadere. Invece la magia è davanti a noi, prende forma e ci porta ancora più vicini.

Le nostre anime si incontrano ed un bacio sigilla i nostri cuori. Un lucchetto impossibile da forzare. Un legame che durerà per sempre.

Come te e come me. ∞.

Giulia Gino