Dialogo tra Tiziano Terzani e il figlio al Teatro Erba Da un libro-testamento all’adattamento scenico Sabato, Mar 1 2008 

Dialogo tra Tiziano Terzani e il figlio al Teatro Erba

Da un libro-testamento all’adattamento scenico 

Quando Tiziano Terzani ha sentito avvicinarsi la morte, ha chiesto al figlio Folco di raccogliere giorno per giorno in un libro-testamento ciò che aveva vissuto, osservato e spesso criticato costruttivamente come testimone della Storia Umana. Dalla voce dei ricordi del giornalista-scrittore-viaggiatore a quella che il figlio ha registrato sul letto di morte, si approda alla voce del Teatro. Ammirato dalla forza spirituale di Terzani, Mario Maranzana ha lavorato ad un adattamento scenico del suo ultimo libro, “La fine è il mio inizio”. Della scuola strehleriana Maranzana ha tratto l’attenzione per le parole e per ciò che si nasconde dietro di esse, cercando di catturare il sottile filo che lega la vita alla morte nell’ultimo dialogo tra padre e figlio. Non c’è solo la componente da tragedia imminente, in questo spettacolo proposto dalla Compagnia del Teatro Moderno per la Rassegna Grande Prosa al Teatro Erba, ma, dall’impronta che ne ha dato il regista Lamberto Puggelli, si scopre anche il lato umoristico di chi ha vissuto la propria vita sotto ogni aspetto e sa che a sessantasei anni tutto ciò che ha fatto è stato battersi contro l’ingiustizia, schierarsi dalla parte degli innocenti per criticare ciò che l’Occidente ha ottenuto con le stragi del Vietnam, del Giappone, dell’India e della Cina. Attraverso la proiezione di immagini di paesaggi e stralci di crudeltà, Terzani-Maranzana, seduto nella sua poltrona e dilaniato dall’“ospite” che vive nel suo corpo, spiega al figlio le proprie scelte di “viaggiare per scoprire la verità”, interessandosi ai più piccoli aspetti della vita, come osservare un insetto o rimanere incantato vedendo un cuculo nella sua casa in Orsigna. Seguendo i due personaggi, si scopre che bisogna ritrovarsi negli altri, vivere ed essere dei giornalisti non di fatti, ma di ciò che si nasconde dietro ad essi.  Terzani comprende che, pur “lasciando il suo corpo”, non morirà, perché sopravvivrà nel ricordo del figlio e dei suoi lettori.

Bravissimi sia Mario Maranzana, sorprendentemente simile al giornalista fiorentino, sia Roberto Andrioli che interpreta il figlio Folco: essi si muovono liberi sul palcoscenico dell’Erba che si presenta nella sua intelaiatura, tra casse e strumenti musicali che sottolineano il dialogo nei momenti salienti. Le immagini ed i video di questa conversazione scorrono su due teli bianchi che scendono dalla soffitta del teatro e, silenziosi, quando l’estremo cerchio della vita si chiude: l’addio di Folco al padre. Le scene delicate sono di Luisa Spinatelli.

Gli spettatori rimangono assorbiti dalle questioni filosofiche e morali del giornalista e regalano agli attori un applauso commosso.  Giulia Gino 

Corriere dell’Arte, Anno XIV, n. 8, venerdì 29 febbraio 2008, p. 13.   

Le favole di Walt Disney in scena al Monterosa Sabato, Mar 1 2008 

Le favole di Walt Disney in scena al Monterosa 

Con il patrocinio della Città di Torino e del Comune di Condove, la Compagnia Operette Champagne presenta al Teatro Monterosa “Nel magico mondo di Walt Disney”: uno spettacolo rivolto ai bambini delle scuole materne ed elementari per farli diventare spettatori e protagonisti dei più bei film di Walt Disney.

La rappresentazione inizia con la lettura della storia d’amore tra Bella e la Bestia e da essa si intrecciano le successive vicende di principi e di principesse perennemente osteggiati da perfide streghe, ma salvati da buone fate e gentili nanetti. Anna Marchesano e Marco Ambrosio indossano di volta in volta costumi luccicanti e ballano abbracciati sul palco mentre vengono presentati dalla voce narrante di Giovanna Bersanetti che diventa a seconda della scena la teiera-governante de “La Bella e la Bestia”, oppure la Fata di “Cenerentola” o la Strega Cattiva di “Biancaneve e i sette nani”. Le musiche ritmate e le canzoni delle colonne sonore disneyane sono eseguite dal vivo dal Nanetto-pianista Marco Ravizza. Nonostante il cast non numeroso e l’arredo scenico che trasforma con pochi oggetti il palcoscenico in un bosco incantato, si succedono sulla scena le pagine delle più famose storie d’amore: la Bella e la Bestia, Cenerentola ed il Principe Azzurro, Aladino con la principessa Jasmine che viene inseguito dalla Sirenetta e poi ancora le litigate magiche tra Mago Merlino e la Fata Smemorina e quelle tra il gatto della matrigna di Cenerentola e la gatta bianca. I bambini riconoscono il giovane Artù che, sguainando la spada nella roccia, diventerà re; cantano le canzoni diventate le più celebri nella storia dei cartoni animati; pronunciano le formule magiche come Salagabula magicabula bidibibodibi buu. Alla conclusione dello spettacolo che dura circa un’ora, si riscontra la capacità di questi giovani artisti di creare un legame che si protende oltre il palcoscenico per scendere in sala ed avvicinarsi maggiormente ai bambini, facendoli danzare e coinvolgendoli più attivamente.

Questo spaccato di mondo fiabesco, unitamente all’entusiasmo ed alla partecipazione del giovane pubblico, fanno capire quanto sia ancora vivo e moderno l’universo disneyano anche per chi bambino non lo è più. Giulia Gino

Corriere dell’Arte, Anno XIV, n. 7, venerdì 22 febbraio 2008, p. 12.

Imparando l’inglese a teatro Sabato, Mar 1 2008 

Imparando l’inglese a teatro 

Non è semplice insegnare l’inglese a teatro davanti ad un pubblico italiano giovane e rumoreggiante, ma Graham Spicer e Carlo Orlandi riescono nel loro intento. Lo scopo dell’Arcadia Productions è quello di mostrare a chi frequenta le scuole elementari, medie ed il liceo che l’inglese e l’Inghilterra non sono così lontani e diversi dalla nostra realtà. Al Teatro Monterosa, è andato in scena “Tea for Two”, dove, con un abile uso di maschere, tra pantomima, danza e musiche, gli attori propongono gli stereotipi della cultura inglese ed i personaggi che ne hanno fatto la storia: il tè, la Regina Elisabetta ed i suoi cani, Charlie Chaplin, Freddie Mercury, William Shakespeare, il whishy scozzese. Il pubblico si trova di fronte ad un programma televisivo simile a quelli proposti dalla BBC ed il linguaggio utilizzato è quello dell’inglese quotidiano, arricchito dai nuovi vocaboli di Internet. Lontani dai vecchi e noiosi manuali di storia inglese, i video proiettati sul fondale mostrano paesaggi e monumenti, oggetti, attori inglesi presentati da canzoni ritmate e moderne, attraverso un sapiente gioco di costumi, di luci e di comicità ironica. 

Seguendo la storia di Neil Goodman, un ragazzino senza interesse e voglia di studiare la realtà del suo paese, si rimane catturati dai rapidi sketch dal sapore british, dai cambi di scena, dalle danze scozzesi, dal cinema muto, dalle interviste paradossali ricche di humour, dagli stacchetti pubblicitari creati appositamente per invogliare a scoprire che anche usando la propria immaginazione si può imparare molto. L’ottima partitura testuale e coreografica, la brillante creatività del regista e dello scenografo, nonché la bravura tecnica e mimica avvicinano i giovani al teatro e li catturano dimostrando come, anche se differenti tra di loro, un John Bull ed un Mario Rossi si possono incontrare verosimilmente su un palcoscenico e, superate le differenze di stili di vita, passioni musicali o teatrali, possano trovarsi d’accordo su un campo di calcio. Mentre le due Dame del finale, Dama Britannia e Dama Italia, chiosano l’essenza stessa dello spettacolo: nonostante si viva lontani e si abbia costumi e tratti fisici diversi, i pregi ed i difetti di inglesi e italiani sono simili. Insomma, “Vive la différence!”. Giulia Gino 

Corriere dell’Arte, Anno XIV, n. 1, venerdì 11 gennaio 2008.    

Flavio Bucci sul palcoscenico del teatro Erba Un Ciampa tra rabbia e follia Sabato, Mar 1 2008 

Flavio Bucci sul palcoscenico del teatro Erba

Un Ciampa tra rabbia e follia

Bucci propone una sua visione de “Il berretto a sonagli” di Pirandello, tema centrale è lo stravolgimento della visione dell’onore e del rispetto che il povero scrivano Ciampa deve “insegnare” alla moglie tradita del suo padrone. Il primo atto mostra i personaggi che si studiano e si scontrano sulla scena: la farneticante Beatrice (Diana DeToni) manifesta tutta la sua rabbia ed impazienza di rendere pubblico lo scandalo del tradimento del marito con la giovane moglie del suo scrivano. La sua voce è forte e nervosa, le mani continuano a tamburellare sul tavolino. Lo scrivano Ciampa (Flavio Bucci), un “intellettuale” che mostra a tutti un comportamento servile, a tratti grottesco, ma non per questo deve essere così considerato. Studia i comportamenti folli della Signora Fiorìca, la mette più volte sull’avviso di girare la corda seria della fronte e non lasciare libero sfogo a quella pazza, perché potrebbe succedere un disastro in cui tutti sarebbero coinvolti. Si muove come una marionetta claudicante, la testa inclinata da un lato, la voce nasale e a tratti forte ed imperiosa, aspra e crudele nel finale. Fanno da contorno gli altri personaggi ridotti a macchiette: il fratello di Beatrice, Don Fifì (Giorgio Carminati) un faceto opportunista; Fana (Bea Boscardi) la vecchia serva della signora, preoccupata e sempre pronta a fare il segno della croce; il Saraceno (Luigi Mezzanotte) – un cambiamento rispetto al testo pirandelliano – cinico, che ama farsi beffe dei signori e dei loro errori; Spanò (Renato Campese), caricatura del delegato di provincia, piace al pubblico per i suoi modi ridicoli di atteggiarsi; la frivola madre Assunta (Gioietta Gentile).

Il secondo atto si apre di nuovo sul salotto borghese. Ora lo scandalo è scoppiato, ma Beatrice, ormai sconfitta, si rende conto amaramente che il verbale del delegato non prova nulla, che “il fatto” non c’è stato. Chi è stato usato e mosso abilmente come un “pupo” è il burattino Ciampa: nessuno ha pensato a lui, nessuno lo ha avvertirlo di ciò che la signora Fiorìca aveva intenzione di fare, anzi lei stessa voleva colpirlo a causa del suo silenzio su una tresca che sapeva esistere effettivamente. Per amore di una giovane donna? Perché il suo stato servile non gli permetteva di accusare il proprio padrone di adulterio? O forse perché, di fronte alla gente, si deve mostrare la maschera che ci siamo creati e andarne fieri, nonostante l’odio che proviamo per essa? Con lo scandalo, Ciampa ha perso il rispetto del paese. Secondo una geometria  tutta pirandelliano, ritorce su Beatrice la tragedia: sarà lei la vittima sacrificale, lei che paradossalmente conosce la verità ma che dovrà mostrarsi pazza, perché è la pazzia che l’ha fatta procedere in questo disonore. Uno spettacolo che si snoda lento, per la complessità del testo pirandelliano, per la visione grottesca ed a tratti caricaturale che ne dà il suo interprete, festosamente applaudito da un pubblico che ad ogni prova sempre più lo apprezza. Giulia Gino

Corriere dell’Arte, Anno XIII, n. 38, venerdì 30 novembre 2007.

“Paura d’amare” al Teatro Erba Una commedia romantica Sabato, Mar 1 2008 

“Paura d’amare” al Teatro Erba

Una commedia romantica

Cosa succede quando due solitudini si incontrano? Cosa succede quando una commedia nata per Broadway incontra un regista come Garry Marshall? Ce lo mostra lo spettacolo che martedì sera è andato in scena con il titolo “Paura d’amare” con la regia di Lorenzo Gioielli e la coppia ormai collaudata Zanetti-Lattuada. La rappresentazione strizza l’occhio alla commedia americana “Frankie and Johnny on the claire de lune” di Terrence McNally e al film del 1991 “Paura d’amare” di Garry Marshall. I due protagonisti, Frankie e Johnny, appunto, si scontrano sulla scena insegnandoci cosa vuol dire amare anche quando si è vulnerabili e piegati da un bagaglio carico di delusioni.

Lei, una più che trentenne cameriera in una caffetteria di New York; lui, un uomo maturo appena uscito dalla prigione, pronto a ricominciare la sua vita come cuoco nello stesso locale. Come è un classico, i due si innamorano, ma le resistenze della donna ai continui slanci passionali del cuoco, sono dovute alla paura di intraprendere una storia che la coinvolga completamente.

Il sipario si apre su un appartamento che mostra la semplicità e l’intimità di letti sfatti che rispecchiano molto bene l’animo della protagonista. La freddezza iniziale con cui il pubblico ha accolto gli attori è svanita nel procedere dello spettacolo: Giancarlo Zanetti interpreta con sapiente bravura un uomo a tratti infantile, tenace e logorroico, caratteristiche tipiche di chi si aggrappa al presente con tutte le forze per dimenticare il proprio passato a cui è ancora legato. Laura Lattuada ha avuto il coraggio di mostrare una donna nevrotica e complessata che porta le cicatrici fisiche e spirituali di una vita con un uomo che la picchiava e che le ha fatto perdere il figlio e la possibilità di averne altri. Da momenti dolci e talvolta ricchi di una pepata comicità, si passa ad istanti in cui il silenzio della scena e la luce blu chiara della luna lasciano cadere le maschere dei personaggi: come in una fiaba moderna un Principe Azzurro piange disperatamente e grida alla sua Bella Addormentata il proprio desiderio di cambiare e di riuscire con lei a creare una famiglia, perché il destino e le tante coincidenze che li legano hanno un significato e, presto, se lei riuscisse a svegliarsi dalle proprie intime sofferenze, lo capirebbe. Altrimenti sarebbe troppo tardi e lui si dovrà trasformare in una zucca. La conciliazione finale, sulle note della radio – presenza quasi attoriale sulla scena – avviene mentre i due si lavano i denti scherzando insieme e la romantica e “pura” Serenata al chiaro di luna di Debussy attraversa il palcoscenico. Sipario e applausi entusiasti del pubblico. Giulia Gino

Corriere dell’Arte, Anno XIII, n. 37, venerdì 23 novembre 2007.

Il presepe della lavandaia Sabato, Mar 1 2008 

Il presepe della lavandaia 

L’associazione Teatro Popolare Europeo ha presentato, per la prima volta ad un pubblico di soli bambini dagli 8 ai 13 anni, la storia del Primo Natale e del presepe raccontata attraverso gli occhi di un’energica lavandaia. Si riallacciano motivi delle giullarate, della Bibbia, dei vangeli apocrifi incorporati a quelli delle feste popolari e delle testimonianze delle nonne. Antonella Enrietto dà voce alla statuina di una donna dal sapore popolare e dai gesti ampi, mostrando la finzione ma anche la realtà umana del presepio. Una recitazione dolce, dai tratti divertenti e toccanti, che passa dall’italiano al piemontese fino a spaziare nei dialetti lombardi. In scena, una figura massiccia di lavandera che conosce bene il suo mestiere e che racconta, con un gioco di teatro nel teatro, la vita dei personaggi del presepe.

Dialogando con il pubblico, la donna rivela soddisfatta di aver assistito all’arrivo della Sacra Famiglia, di aver aiutato Maria a partorire nella grotta “come le orse, come le lupe”, di aver visto lo sguardo del Re-Bambino. Tra sorpresa e preoccupazione ha salutato l’arrivo dei Re Magi e spiega ogni cosa con la sua sana praticità contadina. L’attrice, inoltre, rievoca la fatica fisica di chi faceva il bucato, lasciando una commovente immagine di una donna che è affogata nella bealera o, invece, emozionandosi anche lei, rammenta la strage degli innocenti, di quei piccoli che aveva aiutato a nascere. Il giovanissimo pubblico segue divertito le sue prove per interpretare le posizioni che, con il lindo bucato, prenderà una volta davanti alla Capanna – ora modernizzata in una baita – e i suoi battibecchi con il pastore Gelindo.

Accompagnata dal musicista Mauro Basilio che suona sette strumenti e che sottolinea musicalmente le parole della donna, tra una canzone in francese ed una popolare, la lavandaia manifesta il proprio sogno di un presepio di cui tutti gli uomini e le donne di buona volontà e i masnà possono far parte.In conclusione, uno spettacolo che lascia un segno anche per la sobria ambientazione, tra un fondale di cielo ed un ruscello, il bucato bianco e la farina usata come neve.  Giulia Gino 

Corriere dell’Arte, Anno XIV, n. 1, venerdì 11 gennaio 2008.

Una torta per mammà! Sabato, Mar 1 2008 

Una torta per mammà! 

Il Teatro Monterosa per la Rassegna di Teatro di prosa ha proposto “Premiata pasticceria Bellavista” di Vincenzo Salemme con la Compagnia L’ultimo Camaleonte, unica in tutta Italia che gode del privilegio di portare in scena un’opera dell’artista napoletano. La regia di Loredana Zobboli crea un brillante e coinvolgente ambiente famigliare: fratello e sorella (Antonio Impemba e Micol Pili) che si preoccupano per la futura eredità; i rispettivi fidanzati che mirano al denaro ed alla gestione dell’attività (Salvatore Consiglio e Rina Amato); una mammina possessiva ed inferma che comunica tramite l’interfono (Annarita Sorgente); ed il gruppo di barboni che scombussolano la tranquilla vita della pasticceria (Andrea Trotti, Marco Caiello, Michaela Murroni). Una nutrita serie di situazioni dal sapore mediterraneo, come solo il vernacolo napoletano è in grado di regalare: si scherza e si ride sulle trovate ingegnose per eliminare la madre dispotica e tirannica, ma dagli accenni allegri si scopre che la realtà può anche essere amara.

Ermanno, fratello di Giuditta, è riuscito ad ottenere un trapianto di cornee, ma apprenderà a sue spese che Aldo, il fidanzato della sorella, ha accelerato l’operazione a modo suo: i nuovi occhi sono quelli di un barbone, Carmine, che insieme ai suoi compagni di vita, è deciso a riottenerli. Quest’ultimo mostrerà come i due fratelli e chi gira loro attorno, osservano la vita superficialmente, non indagano incuriositi su ciò che li circonda per andare oltre le apparenze. Un susseguirsi di inganni, di colpi di scena e di scoperte fino all’epilogo: il barbone ottiene di nuovo gli occhi, le coppie si mostrano alla luce del giorno e con una numerosa prole e la mammina è creduta morta dopo una torta mista di ammoniaca e di “concaina siciliana”. Nonostante tutto, il barbone può chiosare la fine della commedia con una nota di amarezza: tutti sono ancora ciechi anche se hanno occhi per vedere, ma continuano a non  utilizzarli.

L’esperienza della compagnia si individua sin dalle prime scene: vi è un calibrato gioco di parti e di battute incalzanti, anche se superficiali intoppi ne minano la presa sul pubblico che, tuttavia, ha sin da subito partecipato alla vicenda, mostrando complicità nelle gags e applaudendo nel finale. Giulia Gino 

Corriere dell’Arte, Anno XIV, n. 1, venerdì 11 gennaio 2008.