Un pezzo di quello che la protagonista del mio romanzo pensa… è una Julia Babi come me…
“Capisco che è lui la chiave per l’illogicità. Allora, mentre sto sprofondando sempre più giù, cerco un appiglio. Sento una voce che mi dice “Aggrappati. Aggrappati” ma non la ascolto. Continuo a cadere, a cadere, a cadere. Non muovo più le mani, le braccia, non faccio tentativi di alcun tipo. Semplicemente affondo giù, sempre più giù. Sento qualcosa che mi afferra. Mi trattiene a sé. Mi riporta in superficie, dove io torno a respirare più intensamente. Sempre più forte. Ossigeno etere, sostanza pericolosa per una come me che sta sprofondando da una vita nel buio di se stessa. Una luce più chiara, delle mani su di me, delle spalle forti che mi sorreggono. Cerco di aggrapparmi più tenacemente. Tento in ogni modo di non farmi staccare da quella base così protettiva. Affondo le unghie nella carne, nella sua carne, sento che la pelle si sta lacerando, ma non importa continuo. Lui non sente dolore. Se è venuto per salvarmi sa che solo un contatto così può riportarmi in vita. Alla vita vera, quella che tutti prima poi riesco a percorrere. I nostri due corpi lottano insieme. Vincono insieme. Raggiungono un’isola sicura, un porto che li aspetta per ancorarsi, per gettare un appiglio a tutto quello che li circonda, per dimostrare che ci sono, vivono e sono insieme. Insieme.”
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